Terapeuti della Gestalt e guaritori del Mali: due modelli formativi, un’unica saggezza

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Terapeuti della Gestalt e guaritori del Mali:
due modelli formativi, un’unica saggezza

Per fare un bambino occorre un intero villaggio
(Proverbio africano)

Introduzione

Questo lavoro intende tracciare un confronto tra due modelli per la formazione di chi è chiamato ad affrontare la sofferenza psichica: quello dei guaritori tradizionali del Mali e quello dei terapeuti della Gestalt. Ovviamente, un tale confronto ci obbliga ad approfondire la specificità dei due approcci, che sono espressione di due socioculture assai diverse, e quindi di una diversa visione antropologica e cosmologica della vita. Due approcci a prima vista differenti ma che, come vedremo, si incontrano in alcuni princìpi e orientamenti di base: la concezione olistica, e la centralità della relazione organismo-ambiente, sia come causa che come rimedio alla sofferenza umana.
Le motivazioni di questo studio, frutto di una esperienza personale presso il popolo Dogon in Mali (Africa occidentale), e quindi supportato dalla raccolta di testimonianze e di documentazione diretta, vanno individuate 1. nell’evidenza di una saggezza trasversale, di un filo rosso che collega realtà formative apparentemente tra loro lontanissime ; 2. nella valorizzazione di aspetti legati alla medicina tradizionale di una popolazione spesso definita dall’occidente “primitiva”, ma che invece contengono elementi di modernità e prospettive stimolanti riguardo alla nostra prassi terapeutica e al nostro modo di incarnare il ruolo del prendersi cura.
Come a dire: possiamo lanciarci nel futuro imparando dalle nostre origini.

1. I presupposti della medicina Tradizionale in Mali

1.1. La cultura e la teoria
La medicina tradizionale, secondo la definizione dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità , è “ l‘ insieme di tutte le conoscenze, di tutte le pratiche, spiegabili o no, basate sui fondamenti sociali, culturali e religiosi delle collettività, appoggiandosi sulle esperienze vissute e sulle osservazioni trasmesse di generazione in generazione, oralmente o per iscritto, e utilizzate per diagnosticare, prevenire o eliminare uno squilibrio del benessere fisico, mentale o sociale” ( dichiarazione di Alma Alta, 1976) . Una definizione coerente con la rappresentazione sociale della malattia in Mali: uno squilibrio delle forze vitali del soggetto nei confronti di sé stesso, del gruppo sociale, del suo ambiente o rispetto ad entità sovrannaturali che provoca il deterioramento delle sue funzioni corporali e psichiche (Coppo, Giannattasio & Misiti, 1988). Un aspetto molto importante del sistema teorico della Medicina tradizionale è quindi la considerazione globale dell’individuo, che non distingue corpo e spirito soprattutto in ambito del trattamento terapeutico.
I comportamenti e i rituali dei terapeuti tradizionali variano in funzione della matrice culturale di appartenenza e della specializzazione, ma alla base ritroviamo i fondamenti delle religioni animiste: la presenza di uno spirito in tutte le cose viventi e l’immortalità dello stesso, l’esistenza di una divinità onnipresente, fondamentalmente buona (ibidem).
Per l’africano tutto ciò che lo circonda è vivente, tutte le cose per lui hanno un’anima e spesso l’insorgere di una malattia indica la perdita dell’anima del malato, per avere forse offeso una divinità o aver violato una o più regole della comunità.
Per queste popolazioni, il loro mondo è pieno, c’è continuità tra i viventi, tra chi li ha preceduti e quelli che verranno, tra umani, piante, animali, tra creature naturali e spiriti. Ogni elemento della natura, ogni microcosmo è interrelato con altri all’interno di un macrocosmo. La persona è immersa in un fluire che riempie tempi e luoghi, è nodo di una rete, non individuo isolato, racchiuso in uno “spazio- tempo separato” (Coppo, 1994).
In tali società il fine ultimo dell’uomo è di contribuire al bene del proprio gruppo etnico, operando in armonia con la natura e le leggi espresse dagli antenati e dagli dei.

1.2. Il setting terapeutico: metodi e strumenti

L’insorgere di una malattia rappresenta essenzialmente uno squilibrio tra le diverse parti dell’individuo e tra quest’ultimo e l’ambiente che lo circonda, considerando in tal senso anche le forze sovrannaturali.
Il primo passo da fare dunque per intervenire sulla patologia sarà quello di determinare le aggressioni naturali e spirituali, le influenze cosmiche, le tensioni sociali, cioè tutto l’intreccio di quei fattori che possono aver causato la malattia; da qui possiamo comprendere l’importanza e il senso dei rituali mistici o esoterici associati alla visita, alla diagnosi, alla preparazione e alla somministrazione dei medicamenti.
Nell’incontro col malato prima di cominciare qualsiasi trattamento, il Guaritore Tradizionale attua la divinazione. Tale pratica costituisce la parte centrale della diagnosi:attraverso la consultazione delle potenze sovrannaturali il terapeuta si accerta se il male del paziente sia curabile o meno, e ne stabilisce poi cause e rimedi ( Coppo, Keita, 1990) .
In generale in merito alle tecniche terapeutiche si individua nel gruppo un’importante via per la guarigione attraverso la risocializzazione del malato. La terapia è finalizzata infatti non solo a curare la malattia ma anche a ristabilire l’equilibrio tra il malato, il gruppo di appartenenza e l’ambiente naturale che lo circonda.
Tra le tecniche utilizzate dal guaritore, manipolazioni, logo e psicoterapie, regole dietetiche, prescrizioni di divieti, sacrifici, somministrazioni di medicamenti, rituali, tecniche legate alla musica e alla trance, possono rientrare nel processo di guarigione.
Negli interventi adottati dai guaritori il sapere tecnico, il mito, l’esoterismo, il rapporto con il sacro si uniscono e si rinforzano a vicenda.

2. La formazione del guaritore
2.1 Come si diventa guaritori?
In Mali, e in generale nei diversi contesti tradizionali africani, il primo strumento terapeutico è il guaritore. Un aspetto interessante è la presa in carico, possiamo dire totale, del paziente da parte del terapeuta, il malato viene infatti ”ospedalizzato” presso il terapeuta per periodi a volte molto lunghi, dove riceverà le cure adatte ( Coppo, Giannattasio & Misiti, 1988 ; Sicurelli, 1986).
Da quanto riportato da Geneviève Griaule (1987), esiste presso i Dogon un’analogia simbolica tra la figura del serpente e quella del guaritore: il serpente è considerato un profondo conoscitore di piante medicinali, e viene definito “guaritore degli animali”. Il serpente è immagine ambivalente, capace di dare ad un tempo la morte e la salvezza, che per i dogon rappresenta il guaritore.
Esiste dunque un legame forte tra un animale che è simbolo di duplicità (vita-morte, antidoto-veleno, fecondità-sterilità) e il guaritore, un’ambiguità coerente con la forza necessaria al guaritore per sfidare il potere e i pericoli connessi agli agenti delle malattie, e con la conoscenza e capacità possedute.

Esistono vari modi per diventare terapeuti tradizionali.
Nella trasmissione familiare (il più frequente dei modi) è il capo famiglia a scegliere in genere la persona a cui trasmettere il proprio sapere, dopo aver osservato per un certo periodo di tempo i suoi giovani assistenti nelle attività terapeutiche; ma alla fine il sapere verrà trasmesso a un solo allievo.
Il sapere riguarda la farmacopea, i trattamenti terapeutici sul corpo, la capacità di individuare i segni della malattia, le procedure divinatorie, i rapporti e la corrispondenza col mondo sovrannaturale; si tratta di un sapere tecnico-empirico. Riportiamo un passo di una testimonianza della trasmissione familiare citata da Coppo P. (1994). “Sagara Kasselem, guaritore dell’altopiano dogon aveva chiamato a sé il figlio Allay per trasmettergli il suo sapere […]…Sagara voleva presentarlo ai piccoli uomini rossi della boscaglia, coloro che gli avevano dato il potere di guarire; intanto gli insegnava a coltivare e preparare i rimedi, somministrarli, leggere le conchiglie per la divinazione ed eseguire correttamente i riti. Per il sentiero, Sagara gli aveva detto che avrebbe visto qualcosa che non conosceva, ma non doveva averne paura. la gente era venuta…”

L’iniziazione è generalmente effettuata da altri guaritori, comprende prove più o meno dolorose, prove di coraggio, di resistenza e di autodisciplina, in quanto bisogna essere capaci di affrontare i morti, il loro mondo e in definitiva la propria morte. ( Coppo, Giannattasio & Misiti, 1988)
Anche le esperienze estatiche, i sogni e le visioni, vengono a volte interpretati come segno di una possibile vocazione, e persino la malattia costituisce spesso un passaggio che conferisce poi i poteri di guaritore.

2.2. Il percorso di crescita del guaritore e del terapeuta della Gestalt
La formazione del terapeuta tradizionale in Mali consiste in un apprendimento continuo, di un sapere che il nuovo guaritore approfondirà seguendo il suo maestro, osservando i suoi gesti, la raccolta delle piante e i rituali che l’accompagnano nelle varie pratiche.
Al di là delle conoscenze acquisite, delle formule e dei riti, l’aspetto importante da comprendere per il novizio è che gli iniziatori gli trasmettono intimante il loro potere, mettendolo a contatto con un mondo superiore” (Coppo, Giannattasio.& Misiti, 1988).
Sappiamo che chi decide di intraprendere la strada della psicoterapia per farne una professione, è spesso spinto dal desiderio di comprendere e guarire sé stesso (Sampognaro, 2007), provenendo quindi da una certa sofferenza psichica che lo spinge ad intraprendere un “viaggio” dentro sé stesso, come il terapeuta del Mali. Anche per chi intraprende il percorso in Terapia della Gestalt, avviene una sorta di “iniziazione”, un training che si sviluppa attraverso un percorso di 4 anni, in cui l’allievo viene preparato a livello teorico e pratico.
Durante questo itinerario l’allievo osserva i suoi maestri e allo stesso tempo viene osservato da questi. I maestri mostrano il modo in cui operare e mettono anche alla prova gli allievi attraverso simulate, supervisioni di casi clinici o prove d’esame. Allo stesso tempo lo si invita ad entrare nel campo sperimentale attraverso l’obbligo del tirocinio, dove l’allievo sotto la supervisione di un tutor apprenderà le tecniche che questo gli insegna. E ancora dovrà fare un percorso di terapia personale, che oltre a rappresentare un percorso terapeutico rappresenta un’ulteriore apprendimento delle tecniche utilizzate. L’allievo verrà introdotto quindi nel mondo per certi versi misterioso della psiche. Durante il training l’allievo viene incoraggiato a lavorare su di sé attraversando la propria sofferenza così da acquisire maggiore consapevolezza sul proprio modo di essere nel mondo, strumento principe per poter aiutare e comprendere meglio la sofferenza altrui.
Dunque il viaggio che intraprende il nostro guaritore del Mali non è poi così dissimile nella sostanza dal “viaggio” che intraprende un terapeuta occidentale. Certo, le esperienze e i luoghi sono diversi, ma “la propria morte”, concetto utilizzato dai guaritori tradizionali, come snodo fondamentale per poter diventare tali, può essere paragonata alla sofferenza psichica, i “demoni” alle nostre paure, al nostro malessere. In fondo è l’attraversamento di questi aspetti che ci dà l’accesso al divenire terapeuti.

3. Le psicoterapie della relazione
3.1. Modelli terapeutici a confronto

L’orientamento relazionale tribale si differenzia per molti aspetti da quello occidentale. Alla base delle diversità vi sono sicuramente molti elementi ma l’aspetto saliente che io vedo come un punto di contatto fondamentale con la Gestalt., è l’importanza data alla relazione.
In terapia della Gestalt la relazione si gioca tra terapeuta e paziente. Tra i guaritori del Mali questa si amplia all’intera comunità che com-partecipa attraverso rituali alla guarigione del malato.
Il terapeuta della Gestalt partecipa attivamente al rapporto che si instaura col paziente, non è spettatore passivo come in altri modelli terapeutici occidentali, ma attivo nella co-costruzione del confine di contatto. Egli non è solo portatore di un sapere, ma nel qui e ora com-partecipa a ciò che accade col paziente e fa di sé stesso lo strumento terapeutico.
Il Guaritore si prende carico del paziente, dei suoi problemi fisici, psichici, familiari e sociali in un rapporto di riflessività circolare col malato(Coppo, Giannattasio & Misiti R., 1988). Per il Terapeuta della Gestalt la situazione terapeutica è un “incontro” tra medico e paziente, è una situazione sperimentale della relazione organismo/ambiente.
Anche il terapeuta della Gestalt osserva il paziente e sé stesso non come entità separate ma come “globalità relazionale”: il paziente in relazione al terapeuta, il terapeuta in relazione al paziente ( Spagnuolo Lobb M., 2003).
Molta attenzione viene data al corpo ed al contatto corporeo col paziente. Così come possiamo osservare in Mali un guaritore manipolare il corpo del suo paziente per sentire se è caldo o freddo, se ci sono rigidità nei suoi arti, allo stesso modo possiamo osservare il terapeuta della Gestalt entrare in contatto con il corpo del paziente. Proprio per la sua natura olistica la terapia della Gestalt si definisce come una terapia corporea: il corpo fa parte del tutto, il corpo è al confine di contatto tra organismo e ambiente. Le tecniche saranno dunque indirizzate alla comprensione delle modalità di interruzione del contatto che avvengono nel paziente e tra questo e l’ambiente, nonché al ripristino delle stesse indagando costantemente sul suo sentire emotivo-corporeo.

3.2. Il sostegno ambientale

In generale si può dire che in Mali l’identità della persona è legata al gruppo più che all’io singolare e dal gruppo emerge la forza per sussistere in un mondo difficile (Coppo, 1994).
Dunque anche l’equilibrio individuale è in stretta correlazione con l’equilibrio dell’ordine socio-culturale (Lanternari, 1994). Per questi motivi, la malattia di un singolo individuo è considerata come uno squilibrio della comunità nel suo insieme in quanto essa è anche testimonianza della rottura dell’equilibrio tra l’individuo e la comunità, le forze sovrannaturali, spiriti o dei .
Tali concezioni della salute e della malattia olistica li ritroviamo anche nella teoria e terapia della Gestalt. Nella Gestalt infatti ogni esperienza avviene al confine di contatto tra organismo e ambiente, in cui la relazione diventa il luogo dell’adattamento creativo che esprime l’unicità e la reciprocità, in cui le esigenze del singolo e quelle della comunità di appartenenza possono trovare un’integrazione. La crescita dell’individuo dipende dalla qualità dei contatti che man mano stabilisce con l’ambiente, e ogni esperienza di contatto viene assimilata sia in funzione dei bisogni dell’individuo, che in funzione del sostegno che l’ambiente riesce a dargli.
Quando esiste la condivisione delle intenzionalità reciproche dei partner coinvolti e si dà vita a una sintesi l’ esperienza di contatto-ritiro dal contatto sarà funzionale alla crescita sia dell’ individuo che della comunità (Spagnuolo Lobb M., 2003).
Nel sistema di cura tradizionale analizzato abbiamo visto come la relazione non è solo tra paziente e terapeuta, io-tu, ma diviene io-Tu- e poi Io-Tu-Noi, nel momento in cui la collettività è chiamata a partecipare. E’ attraverso il rito che la relazione si gioca tra individuazione e appartenenza.
In villaggi come quelli Dogon, non ci sono i problemi che affliggono la nostra società come l’indifferenza o l’anonimato, l’isolamento, ma problemi di altra natura legati ancora alla sopravvivenza, al raccolto, a malattie da noi ormai curabili ma che lì provocano ancora la morte. La soluzione a un vivere difficile è stata rintracciata nel condividere, nell’aggregarsi, nel rispettare le regole comunitarie, l’ordine naturale, nell’accettare la vita così come la morte, in definitiva nell’ “essere” parte del tutto.
Cambiando cultura e ordine sociale cambiano anche le teorie, i modi di vivere, i malesseri e i modi per curarli. La nostra società ha posto oggi il denaro come valore dominante da inseguire, l’eterna giovinezza come presupposto per “essere”, abitando luoghi che diventano sempre più anonimi, cercando negli iper- mercati luoghi d’incontro, dove suoni e voci assordanti ti impediscono di dialogare veramente con l’altro. La nostra società sempre più complessa, sempre più intrisa di simboli e astrazioni, se da un lato dà all’uomo la capacità o l’illusione di poter controllare e forgiare l’ambiente, dall’altro lo allontana dalla sua essenza e natura, deprivandolo da qualsiasi soddisfazione animale o personale. I vecchi tabù e le limitazioni sociali sono divenuti mere introiezioni che schiacciano l’organismo lasciandogli come ultima alternativa lo sviluppo della nevrosi (Cavaleri P., 2003).
In questo contesto culturale la Gestalt nutre fiducia nella potenza del qui e ora, nella possibilità di ricostruire luoghi d’incontro e dialoghi partendo dalla consapevolezza della fragilità dell’esistenza stessa. “…Non resta altra strada che fidare nella nostra forza aggressiva, in quella capacità di contatto che ci fa umani ed è l’occasione che realmente abbiamo per aiutare il nostro mondo, per cambiare la società nella quotidiana fatica di capirci e di costruire i discorsi del “noi” in uno spazio dove la diversità dell’”io” e del “tu” venga davvero incessantemente preservata. La spinta utopica della psicoterapia della Gestalt è attribuire ad ogni relazione che sia autentica la capacità di custodire l’essere nella fatica dell’appartenere e del separarsi, della creatività e dell’adattamento” (Spagnuolo Lobb M., 2003).

3.3. Tra setting e rito

Il guaritore tradizionale dà molta importanza alle erbe mediche che utilizza durante i trattamenti, ma confida maggiormente sul valore terapeutico della parola e sulla forza del rito, sulla compartecipazione al dramma individuale (Collomb, 1978), in cui l’intervento non può essere disgiunto dalla qualità del rapporto interpersonale che suo tramite si innesca tra collettività, terapeuta e paziente.
Il terapeuta della Gestalt che cerca di ristabilire la spontaneità perduta del paziente, di trasformare le fragilità in risorse, i blocchi in un nuovo adattamento creativo lo fa all’interno di un setting preciso, con le sue regole, spazi e tempi stabiliti definito come
una situazione “sperimentale” che rappresenta una semplificazione della realtà; “Per il momento, il complesso della società si riduce a due persone. E’ una società genuina nella quale però ci si libera per un’ora dalle abituali pressioni sociali, e non si incorre nelle consuete sanzioni contro “il comportamento scorretto . E man mano che questo esperimento terapeutico va avanti, il paziente si azzarda sempre più ad essere sé stesso” ( Perls et al., 1997).
Il percorso terapeutico dunque si svolge sempre nello stesso luogo; gli incontri avvengono con una cadenza stabilita, con un ritmo, così come la seduta ha una sua durata anche questa prestabilita. E’ il ritmo, la cadenza costante, la ripetitività che legano e danno senso agli eventi nel tempo. Nel percorso terapeutico c’è in sostanza una certa prevedibilità di alcune cose che devono rimanere costanti, di alcune regole che danno sicurezza al paziente, che fungono da sfondo rassicurante in cui può meglio esprimersi l’espressività del paziente, e dirigersi verso l’adattamento creativo, e queste stesse caratteristiche le ritroviamo ne rituale. Ma come avviene l’adattamento creativo? La teoria della Gestalt fa appello alla costruzione di una esperienza positiva del “noi”. Solo infatti passando da una buona esperienza di etero-sostegno è possibile giungere all’autosostegno, questo naturalmente in un’ottica relazionale tra organismo e ambiente attraverso cui si forma la personalità (Spagnuolo Lobb M., 1990). Come in un rito, il terapeuta costruisce uno spazio che possa essere il più confortevole per il paziente, capace di accogliere in maniera protetta la relazione che si svilupperà.
Non c’è sicuramente tutta la comunità che assiste e partecipa, ma nella teoria gestaltica il terapeuta rappresenta l’altro: l’ambiente cui il paziente può rivolgere ed esprimere la sua intenzionalità di contatto.

3.4. La spiritualità nella medicina tradizionale e in Gestalt

Le pratiche di guarigione tradizionale hanno stretti legami con l’ “invisibile” e la spiritualità, considerati come parte esistente, viva e concreta dell’ambiente dell’uomo che vanno indagati, interrogati e consultati. Il guaritore tradizionale al pari dello psicoterapeuta occidentale è iniziato a gestire tali componenti dell’esistenza.
In realtà, ogni esperienza umana si trova intimamente legata alla spiritualità, così come ogni esperienza spirituale si incarna nell’umano. In Gestalt Therapy, sono numerosi i riferimenti alla spiritualità, ed essi si rifanno più alla cultura orientale che a quella di matrice cristiana occidentale. Perls Hefferline e Goodman traggono diversi concetti fondamentali della terapia della Gestalt proprio dal Taoismo, dalla filosofia Zen e dal Tao Te Ching di Lao Tzu.
Secondo Romolo Taddei, l’incontro tra la spiritualità e la terapia della Gestalt avviene per il fatto che entrambe cercano di far sì che gli individui che vivono in uno stato di sofferenza possano trovare un modo nuovo di essere, di accettarsi o cambiare.” La spiritualità interroga sui significati, la psicoterapia della Gestalt prepara il terreno per verificarli”( Taddei R., 1998/1999).: “Parlare di spiritualità nel contesto gestaltico mi richiama il centro unificatore che aleggia e invade con discrezione ogni fibra della psicoterapia della Gestalt” (ibidem).
In particolare la spiritualità che si respira in terapia della Gestalt è rintracciabile a proposito della consapevolezza: “Spiritualità è rendersi conto di ciò che accade e guardare in faccia la vita nella sua crudezza e nella sua bellezza. E la consapevolezza è vivere pienamente ciò che si sta facendo, ogni azione e ogni gesto vissuti nella totalità. Quando si è troppo consapevoli solo di sé stessi, si perde o si evita il contatto con l’ambiente, viceversa quando si è troppo consapevoli solo dell’ambiente, si perde o si evita il contatto con noi stessi e con i nostri bisogni” (Taddei R., 1998/1999). E’ nel rapporto Io-Tu che si esprime e si sviluppa la relazione terapeutica, ed è proprio nel vivere l’alterità dell’altro che la persona vive la spiritualità, quando si accorge della sua esistenza e gode della sua presenza.

Conclusioni

Ho voluto parlare delle tecniche terapeutiche e dei processi formativi adottati in Mali, perché ho trovato molte affinità nei principi di base teorici e metodologici con l’approccio gestaltico.
Di recente assistiamo alla nascita di progetti di integrazione della medicina tradizionale con quella occidentale, in Africa e in sud America, e ciò comporta la disponibilità a considerare sullo stesso piano di dignità i vari sistemi di cura. Dunque, alle pratiche e ai saperi utilizzati per migliorare la relazione tra il mondo visibile e quello invisibile, deve essere riconosciuta la stessa dignità delle pratiche e dei saperi della sfera materiale.

Bibliografia
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– Robine J. M., (1989). Come pensare la psicopatologia nella Terapia della Gestalt? Quaderni di Gestalt, 8-9, 65-76
– Sampognaro G. (2008). Sto male, faccio il terapeuta. Galatea, 2, 20-21
– Sanogo R. (1997). La Medicina Tradizionale in Africa. Cultura, Messina
– Sicurelli R. (1986). Il folle e l’altro, Milano: Giuffrè
– Spagnuolo Lobb M. (1990). Il sostegno specifico nelle interruzioni di contatto. Quaderni di Gestalt, 10/11, 13-23
– Spagnuolo Lobb M. (2003). Psicoterapia della Gestalt: ermeneutica e clinica, Milano: Franco Angeli
– Spagnuolo Lobb. M, Salonia G.( 2003). Presentazione. In: Cavaleri P, La Profondità della Superficie. Milano: Franco Angeli
– Taddei R., (1998/1999). Spiritualità e Gestalt. Quaderni di Gestalt , 26/29, 128-133.