Intervista – Viaggio dentro la dipendenza – in ” La Terapia Stupefacente”

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Intervista dell’autrice del Libro ” La Terapia Stupefacente” -dott.ssa Patrizia Versaci alla dr.ssa Maria Carla De Gaetano
Viaggio dentro la dipendenza

 

Ho incontrato la dr.ssa Maria Carla De Gaetano, psicologa e psicoterapeuta, esperta in problematiche giovanili e personalità a rischio di devianza.

La dr.ssa De Gaetano, è specializzata in Danzamovimentoterapia e Psicoterapia e da qualche anno s’interessa anche di Psicologia Transpersonale, meditazione e tecniche di mindfulness per un approccio all’essere umano considerato nella sua unità di mente, corpo e spirito.

Ha acquisito competenze nell’ambito del disagio e ha collaborato con vari Istituti scolastici redigendo progetti di prevenzione e promozione del benessere

Vanta diverse pubblicazioni di articoli su riviste di settore e attualmente è membro del Pronto Soccorso Psicologico di Catania.

Con lei siamo entrati nel tunnel per cercare di far luce su alcuni aspetti di natura psicologica e antropologica che riguardano la tossicodipendenza.

 

 

“Dr.ssa De Gaetano, è possibile spiegare i meccanismi psicologici che interessano la tossicodipendenza?”

“Parlando in generale, possiamo dire che alla base c’è sempre qualcosa che spinge dall’interno e che determina un’azione, un movimento.

Possiamo chiamare questo qualcosa un’insoddisfazione che preannuncia un desiderio, per cui l’Io si organizza, mettendo in moto una serie di azioni e comportamenti atti a soddisfarlo.
I meccanismi psicologici che stanno alla base di una dipendenza possono essere sintetizzati in:
disagio/insoddisfazione > ricerca dell’oggetto/sostanza di gratificazione > piacere/soddisfazione.
Non esiste solo la dipendenza da sostanze e, infatti, si individuano nuove forme di dipendenza come quelle da internet, dal cellulare, dallo shopping, dal gioco, dal cibo, dal sesso.
Lo schema che ho descritto si verifica anche con il sesso, la vanità, l’autoaffermazione, l’odio, tutte droghe che offuscano e sviliscono la coscienza dell’essere.
Siamo tutti drogati, tutti figli della necessità.
Le diverse forme di dipendenza si differenziano per l’oggetto ricercato a cui si attribuisce, consciamente o inconsciamente, il compito di procurare piacere.
Vorrei, però, che riflettessimo allargando ancora di più il nostro punto di osservazione per poi, magari, tornare a restringere il nostro campo.
Alla base della dipendenza c’è sempre un desiderio, un bisogno insoddisfatto, che potrebbe essere quello di possedere una macchina nuova, un vestito nuovo, un figlio, sposarsi, laurearsi, avere una buona posizione, auto affermarsi, essere amati dagli altri e, se ci facciamo caso, nella migliore delle ipotesi, quando un sogno è finalmente realizzato, ecco che già all’orizzonte ne intravediamo un altro.
Non è forse anche questa una forma di dipendenza? Non siamo tutti dipendenti in fondo?

Ritornando alla tossicodipendenza, come altre forme di malattia rappresenta un campanello di allarme, un segnale, una richiesta di aiuto inconsciamente diretta alle persone che ci stanno più vicine e che dovrebbero prendersi cura di noi.

L’uso della droga camuffa, dunque, il bisogno di essere finalmente visti, di essere riconosciuti. La malattia diviene strumento e rimedio di cura, mezzo estremo di guarigione: anche se questo può apparire paradossale, si parla, infatti, di funzionalità del disagio psichico.

Possiamo dire che ognuno ha un modo creativo di trovare una soluzione e la malattia diventa espressione della propria creatività per affrontare un problema. Parlerei, quindi, della tossicodipendenza come uno dei modi possibili per affrontare il disagio interiore e di stare al mondo.”

“Una dipendenza è sempre patologica?”

Dipende da cosa intendiamo per patologico. In genere tanto più c’è una vera compromissione delle attività della persona, la vita lavorativa, sociale relazionale, tanto più si sposta l’asse verso la patologia.
Necessariamente il riferimento ci conduce al manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali il DSMV, secondo cui si parla di dipendenza quando sono soddisfatti alcuni criteri e la stessa si sviluppa lungo un continuum che va da lieve a grave.
Per fare una diagnosi di dipendenza occorre che siano soddisfatti due tra undici criteri o sintomi elencati per un periodo di almeno 12 mesi e la gravità è data dal maggiore numero di criteri soddisfatti.
Tra i criteri possiamo annoverare la tolleranza: la persona che fa uso di una particolare sostanza avverte con il tempo la necessità di aumentare la dose per ottenere l’effetto desiderato.
Nel linguaggio dei tossicodipendenti ritroviamo la parola sballo che fa proprio riferimento all’effetto, allo stato di coscienza alterato che viene ricercato con la sostanza, quindi si può essere più o meno sballati secondo il livello che individualmente la persona ha raggiunto di tolleranza.
Un altro criterio è l’astinenza, cioè il non poter fare a meno della sostanza. L’astinenza attiva conseguenze spiacevoli sia a livello fisico e mentale.
Altri criteri sono, ad esempio, il fallimento del tentativo da parte della persona di ridurre la dose o di controllarne l’uso, l’uso compulsivo della sostanza che conduce la persona a passare molto tempo a cercare o a utilizzare la droga, l’abbandono delle attività che prima ruotavano intorno alla sua vita, lavoro, hobbies, svago, relazioni amicali ad esempio.
In più avere la consapevolezza che la sostanza stia facendo del male a livello fisico e mentale ma continuare a usarla perché non si riesce a smettere.”

“Esiste, a suo avviso, un profilo psicologico del dipendente o una propensione alla dipendenza?”

“Possiamo parlare di fattori di rischio o condizioni di vulnerabilità che possono esporre alcune persone più di altre a ricorrere all’uso della droga o a diventarne dipendenti.
Questi fattori possono essere strettamente personali e psicologici, possono essere situazioni di carenze affettive o cura da parte dei genitori, ma è chiaro che, data anche la portata del problema ormai dilagante anche fra i giovanissimi, bisogna avere un approccio multifattoriale che sia di ordine sociale, culturale, psicologico e spirituale.
In letteratura non esiste un profilo psicologico per la tossicodipendenza poiché è considerata come qualcosa a parte, qualcosa di trasversale ai vari disagi psicologici.
Sicuramente, come abbiamo già detto, troviamo la difficoltà ad affrontare una situazione-problema, una scarsa tolleranza alle frustrazioni, un’incapacità a posticipare la soddisfazione di un bisogno che deve essere immediatamente soddisfatto.
Si è visto che ci sono delle correlazioni tra disturbo di personalità e abuso di sostanze, nel senso che persone con disturbo borderline e disturbo antisociale di personalità fanno uso di sostanze, ma anche che persone drogate possono sviluppare questi stessi disturbi.
Per quanto riguarda l’inizializzazione, oggi la droga è alla portata di tutti e la sua diffusione è ormai capillare.
Possiamo ipotizzare che il primo contatto con la sostanza possa avvenire da parte di amici o partner, ma a determinare poi la scelta sono vari fattori tra cui l’ambiente culturale, fattori personali traumatici o fattori legati ad aspetti della personalità mal adattivi come il contesto in cui si è cresciuti, l’ambiente familiare, la mancanza di fattori protettivi.
Oggi la droga non s’inserisce più soltanto in contesti di marginalità, o situazioni di ghetti, prostituzione, ma anche tra le classi più elevate e benestanti delle nostre città, ne fanno uso ragazzi giovanissimi come anche professionisti affermati, dunque c’è qualcosa di più profondo a cui dobbiamo far riferimento.”

“Cosa manca a una persona che sceglie di entrare nel tunnel della tossicodipendenza?”

Alla base di ogni dipendenza c’è la ricerca del piacere contro lo stato di sofferenza e di disagio provato che può essere di qualsiasi natura.
Prendiamo, ad esempio, il recente fenomeno del professionista che, sentendosi pressato dalle richieste del datore di lavoro, fa ricorso alla cocaina per sentirsi più prestante e all’altezza del compito e poi finisce col perdere anche il proprio posto di lavoro.
In alcuni casi è il datore di lavoro a chiedere di più, in alti è la persona stessa a non essere soddisfatta delle proprie prestazioni per via di un ideale di sé molto elevato da raggiungere.
Anziché parlare col proprio capo esterno o interno, e a volte il nostro capo interno è molto più duro di qualsiasi datore di lavoro, ci si rifugia nella droga.
Nel caso specifico il tossicodipendente vuole lenire il suo disagio e vedere la realtà con occhi diversi, provare sensazioni piacevoli, attraverso una visione interna dovuta a uno stato alterato di coscienza che tuttavia è stato indotto artificialmente.
Così per 10 minuti, mezz’ora, un’ora, dodici ore secondo quanto dura l’effetto della sostanza, si vede il mondo con altri occhi, l’ambiente intorno è percepito più amichevole e ci si relaziona in maniera diversa e più fluida.
Per quel tempo magico concesso dall’effetto psicotropo, il problema è messo da parte e la persona vive una condizione di piacere e soddisfazione. Ma non si tratta che di un’illusione e il tossicodipendente lo sa bene: il malessere e la ricerca della sostanza per alleviarlo si alternano in un cerchio infinito.
Da un punto di vista antropologico, da tempi remoti, gli uomini hanno utilizzato droghe che permettevano alla coscienza di staccarsi dal corpo, con l‘intento di avvicinarsi al mondo degli dei, ignorando anch’essi di fatto l’inutilità della ricerca all’esterno.
A quei tempi l’uso di droghe era rigorosamente regolamentato e inserito all’interno di pratiche rituali che dovevano guidare la collettività all’esperienza appercettiva e visionaria.
La modernità ha portato con sé grandi innovazioni, ma ci ha anche sradicato dalle tradizioni, dai suoi ancoraggi simbolici, dai suoi rituali che avevano la funzione di aggregare il singolo al gruppo, di sviluppare il senso di appartenenza, di riconoscersi e differenziarsi allo stesso tempo da esso.
Importantissimi erano i riti di passaggio da uno status sociale a un altro cui partecipava tutta la comunità. Oggi questi riti sono del tutto spariti e il passaggio da adolescente a uomo o donna avviene nel silenzio più totale e nell’indifferenza della società, così che i ragazzi ricercano e creano nuovi rituali.
Drogarsi, infatti, comporta tutta una serie di abitudini che ritroviamo nella gestualità, nei luoghi, nelle situazioni ricercate che fanno da sfondo a quello che sarà poi l’atto in sé. Per lo più ci si sballa insieme ad altre persone, così da sentirsi più uniti e vicini, da provare le medesime sensazioni nel medesimo momento.
Secondo Arnold Van Gennep, antropologo francese che si è occupato dei riti di passaggio, questi si dividono in tre fasi: la separazione, in cui la persona è allontanata dal resto del gruppo per abbandonare simbolicamente lo status di appartenenza al precedente ciclo di vita; la fase della transizione in cui, l’individuo, in una sorta di limbo in cui non è più quello che era ma non è ancora quello che sarà, è chiamato a fare una prova necessaria alla conquista del nuovo status; la fase della reintegrazione in cui l’individuo è riammesso nel gruppo con la nuova identità sociale.
Ecco, se penso a un tossicodipendente lo immagino come incastrato nella fase di transizione dalla quale non riesce più a uscire e l’uso delle droghe può essere interpretato come iniziazione all’ingresso in un nuovo status sociale, quello degli adulti, perché ci vuole coraggio a introdurre nel proprio corpo una sostanza sconosciuta senza sapere realmente l’effetto che avrà su di te perché non l’hai mai sperimentata.
Penso anche ai numerosi tatuaggi che i ragazzi si disegnano sul corpo e che richiamano non solo alcuni riti d’iniziazione e dunque prove di coraggio, ma simboleggiano il desiderio di voler fermare qualcosa in un mondo in cui tutto si sgretola, svanisce e viene dimenticato troppo velocemente.”

“Quali sono i meccanismi che possono interrompere il circolo vizioso di una dipendenza patologica?”

Anche qui dobbiamo guardare la situazione da varie angolazioni e fare un discorso globale che consideri vari aspetti della persona.
Prima abbiamo parlato di desiderio, ma il desiderio non si risolve gratificandolo. Infatti, soddisfatto un desiderio un altro è lì pronto a riemergere e a generare un nuovo stato di tensione che non cessa con la sua gratificazione: il cerchio, così, diventa infinito. Un desiderio si risolve con la sua comprensione e dunque trascendendolo.
La società attuale, con le sue stimolazioni, spinge alla libertà dell’Io ma non dall’Io, cosa più importante e risolutiva. L’Io è assetato di concetti e di affetti perché deve sopperire alla sua non assolutezza, deve far fronte alla sua caducità. Si attacca agli oggetti esterni, che sono non solo di natura materiale ma anche contenuti psichici, sperando di trovare in essi la sua felicità e perpetuità. Avendo perso la Beatitudine la ricerchiamo all’esterno.
L’occidente in particolare ha scisso l’uomo in mente e corpo, mentre l’Oriente contempla anche la parte spirituale, sede della compiutezza dell’essere. Se ricerchiamo altrove qualcosa che è dentro di noi saremo sempre insoddisfatti.
Tornando alla sua domanda, naturalmente va interrotta l’assunzione della sostanza e va chiesto aiuto. Il punto di partenza è, dunque, l’ammissione dell’esistenza di un problema, uscire da quel circolo vizioso e dalle bugie del tipo smetto quando voglio, che spesso il tossicomane racconta a sé stesso. Un po’ ci si crede pensando magari di essere più
forti di ciò che si è, un po’ ci si nasconde consapevoli della difficoltà a smettere.
Dunque, in primo luogo essere consapevoli di avere un problema e, in secondo luogo, chiedere aiuto alle persone che ci sono vicine, genitori, partner, amici. A seconda della gravità rivolgersi a uno psicoterapeuta e a un medico per affrontare sia la problematica psicologica sottostante che medica anche attraverso un aiuto farmacologico se necessario e, in altri casi, il ricovero in comunità.
Superata la fase critica e avendo osservato alcuni contenuti personali, occorre imparare a prendersi cura di sé in maniera globale e riconnettere mente-corpo e spirito.”

“Questo è interessante e anticipa la domanda centrale di questa intervista. Ha appena parlato di connessione mente-corpo-spirito. Le chiedo che ruolo abbia il corpo in una terapia di recupero e se può il Fitness rappresentare un supporto alla prevenzione e alle terapie per le dipendenze?”

“Un aspetto sicuramente centrale della tossicodipendenza è l’uso del corpo come veicolo per raggiungere stati di coscienza alterati dalle sostanze stupefacenti. La sostanza deve necessariamente passare attraverso il corpo. Le droghe vengono infatti inalate, sniffate, introdotte per via endovenosa, sciolte in bocca.
C’è dunque un rapporto particolare del tossicodipendente col proprio corpo. Spesso ai tossicodipendenti manca la capacità di verbalizzare le proprie emozioni, di simbolizzazione, così il corpo diventa simbolo e sede-teatro dove si svolgerà e si manifesterà il proprio dramma.
Aggressività e autolesionismo sono tratti presenti nei tossicomani. Nel tempo si assiste proprio a una trasformazione corporea dovuta non solo alla sostanza ma anche alle sue conseguenze in quanto altera il ciclo sonno veglia, l’appetito, il senso di cura-igiene di sé. Gli effetti sul corpo, peraltro sono devastanti non solo a livello organico ma anche estetico: magrezza, occhiaie, problematiche ai denti, problemi alla pelle.
Un’attività fisica che coinvolga il corpo è dunque importantissima in quanto può rendere quella dignità persa e ripristinare saldamente quell’unione tra mente e corpo, che il tossicomane vive come separati. Da un lato la mente, che attraverso l’uso delle sostanze stupefacenti si distacca dal corpo e gli procura sensazioni di benessere e di perdita dei confini corporei, dall’altro il corpo che al rientro dal viaggio lo fa atterrare inesorabilmente sulla propria miseria e sulla propria sofferenza.
Ecco che allora attivarlo, averne cura è altrettanto importante quanto avere cura del proprio mondo interiore con tutto ciò che ne consegue, perché avere cura di sé e dare voce a ciò che è indicibile può fare soffrire, è vero, ma allo scopo soltanto di liberare.
Lo sport, dunque, è sicuramente un’ottima soluzione anche perché si è visto che l’attività sportiva coinvolge gli stessi centri cerebrali che vengono attivati con l’uso delle droghe e che riguardano il circuito piacere-gratificazione.
Le droghe che creano maggiore assuefazione quali gli oppiacei, la cocaina, le anfetamine, la nicotina e l’alcool agiscono sul sistema di gratificazione e ricompensa nel cervello, aumentando la produzione di una sostanza detta dopamina.
La dopamina è responsabile delle sensazioni di piacere e gratificazione, oltre ad avere un ruolo importante nel comportamento, nell’attenzione, motivazione, umore, sonno etc.
Parimenti si è visto che l’attività sportiva aumenta la produzione di dopamina e di endorfina, che favoriscono sensazioni di benessere psicologico non solo durante l’attività fisica ma anche dopo. Si hanno dunque sensazioni di gratificazione, aumento dell’autostima e fiducia in sé, sensazioni di benessere generale, riduzione dello stress, della rabbia, miglioramenti nel tono dell’umore.
Ci sono anche effetti postivi sugli stati depressivi e ansiosi che sono gli stessi che possono indurre ad utilizzare sostanze per abbassare sensazioni spiacevoli.
Tornando alla domanda di prima, va interrotto questo circuito, ovvero bisogna trovare e sperimentare delle alternative alla sostanza che producano effetti simili di piacere e gratificazione.
Occorre anche fare i conti con il fatto che non si può essere sempre felici e provare quelle sensazioni di benessere e leggerezza mentale che alcune droghe ti producono, ma che sia necessario accettare innanzitutto i propri limiti umani comprese anche le sensazioni spiacevoli, la stanchezza, il cambiamento d’umore con cui tutte le persone comuni convivono.
Lo sport, dunque, e il movimento in generale, aiutano sia a prevenire situazioni di disagio sia ad aiutare chi sta intraprendendo un percorso di disintossicazione dalla sostanza: oltre a ripulire l’organismo da tutte le tossine contribuisce ad aumentare la stima di sé, ottenendo dei risultati che sono visibili a livello corporeo e dunque di facile percezione per la persona che si proietterà all’interno di un circolo virtuoso.
Non credo sia importante che s’investa tutto nello sport, ma che la persona pratichi qualsiasi attività fisica in maniera costante per riequilibrare i livelli di dopamina e avere quella sensazione di benessere generale. Se poi nasce una passione ben venga ma non bisogna necessariamente diventare un atleta.”

“Possiamo, quindi, affermare, che il Fitness o lo sport in generale, possono essere utilizzati a supporto delle terapie tradizionali?”

“Per quanto detto, certamente sì.”